mercoledì 9 giugno 2010

Calcio


A pensarci bene, non c'è al mondo nulla di più assurdo di questo gioco. Non c'è niente di più goffo che cercare di raggiungere le cose con i piedi, i quali per loro stessa natura non possono afferrare, trattenere, impadronirsi di nulla. I piedi tentano di dominare il pallone, questo oggetto profondamente tondo ed estremamente scomodo da controllare, impossibile da trattenere più a lungo di qualche secondo. Tutto ciò non ha senso ed esula dalle capacità "prensili" dell'essere umano. A differenza della mano, il piede non è in alcun modo preposto per prendere. Per milioni di anni, dagli albori alla preistoria, abbiamo imparato a usare le mani per appropiarci delle cose. In realtà la mano non solo si appropria, non solo fa suo qualcosa di già esistente, ma sa anche creare. Il piede, invece, scaraventa lontano, calpesta, distrugge. I morti vengono condotti fuori di casa con "i piedi avanti". Con i piedi si calpestano le spoglie mortali. I piedi sono fatti per distruggere. I piedi sono simbolo di morte. Giocando con i simboli della morte, l'uomo non tenta forse di mettere in discussione la propria mortalità, di lanciare una sfida all'ineludibile legge universale secondo la quale tutto muore? Ne deriva una curiosa ambiguità. Non sarà che giocando a questo gioco noi vogliamo farci beffe della morte, aizzarla mostrandole la lingua e lasciarla con un palmo di naso? Non sarà che vogliamo dimostrare l'esistenza di un certo spazio, di una certa zona, di un luogo protetto su cui la morte non ha potere? E cos'altro può essere questo luogo protetto se non una piazza del carnevale? Il carnevale è un modo di rovesciare temporaneamente l'alto in basso e viceversa, di trasformare i signori in servi e i servi in signori, di mettere sullo stesso piano i diritti dei deboli e quelli dei potenti, di trasformare gli invulnerabili in indifesi. Forse, secondo lo stesso principio, giocando a pallone, l'uomo per novanta minuti può sconfiggere la morte? Non è forse per questo che ci sembra di vedere nel gioco del clcio una sfumatura sacrilega? Non è forse vero che i primi calciatori giocavano con le teste tagliate dei nemici sconfitti? Non deriveranno da ciò la leggerezza, la fugacità, quella sorta di schifiltosità con cui i grandi calciatori toccano la palla, quasi che temessero di sporcarsi le scarpe? Con garbo e delicatezza fanno rotolare la testa in modo che tutti possano vedere. Non deriva forse da qui la primordiale furia dei tifosi, il loro feroce trionfo, la volontà, anzi l'esigenza di distruggere e devastare tutto ciò che hanno intorno? Non deriva forse da qui l'avidità con cui migliaia di uomini seguono attenti l'umiliazione del pallone, sollevato con la punta del piede, fatto rimbalzare contro la terra, lanciato in aria?

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