mercoledì 23 giugno 2010

Homo sapiens


Sono un uomo. Mi piace tutto quello che piace agli uomini. Tifo il calcio. Guardo programmi stupidi alla tv. bevo birra. Ma da qualche tempo, so fare anche qualche faccenda di casa. So usare la lavatrice, lavo i piatti, stendo. Imparerò anche a stirare. Mi ha insegnato tutto lei. Io di mio ci metto solo la volontà. Ultimamente ho anche lavato i pavimenti di tutta la casa. Questi lavori li ho sempre considerati da femmine. Ma dopo aver visto la faccia felice che aveva, dopo che io ho lavato i pavimenti e le ho preparato la macedonia, non li considero più da femmine, e li faccio anche un pò più volentieri. Ma sempre con lo stile maschile. Se devo spolverare, magari non vado fino nell'angolo più nascosto. Uso tutti questi trucchi che generazioni maschili hanno tramandato a noi uomini d'oggi. E quando non faccio tutto come dovrei, lei se ne accorge e mi becca subito. Non so come faccia. Forse le donne hanno un radar che permette loro di capire quando il proprio uomo fa il furbo. Forse. O forse, sono semplicemente più intelligenti di noi. Ma che dico? Nel nostro mondo comandano gli uomini, giusto? E allora, viva gli uomini, sempre e comunque, non ci piegheremo mai al volere femminile. Quindi, che ore sono? 14,54? Cazzo devo ancora lavare i piatti di ieri. Sono un uomo vero, io. Tipo quello di neandhertal. Ma dove diavolo ho messo i guanti, che se no mi si sfogliano tutte le mani? Bè, che mi frega, tanto ho la crema...

mercoledì 9 giugno 2010

Calcio


A pensarci bene, non c'è al mondo nulla di più assurdo di questo gioco. Non c'è niente di più goffo che cercare di raggiungere le cose con i piedi, i quali per loro stessa natura non possono afferrare, trattenere, impadronirsi di nulla. I piedi tentano di dominare il pallone, questo oggetto profondamente tondo ed estremamente scomodo da controllare, impossibile da trattenere più a lungo di qualche secondo. Tutto ciò non ha senso ed esula dalle capacità "prensili" dell'essere umano. A differenza della mano, il piede non è in alcun modo preposto per prendere. Per milioni di anni, dagli albori alla preistoria, abbiamo imparato a usare le mani per appropiarci delle cose. In realtà la mano non solo si appropria, non solo fa suo qualcosa di già esistente, ma sa anche creare. Il piede, invece, scaraventa lontano, calpesta, distrugge. I morti vengono condotti fuori di casa con "i piedi avanti". Con i piedi si calpestano le spoglie mortali. I piedi sono fatti per distruggere. I piedi sono simbolo di morte. Giocando con i simboli della morte, l'uomo non tenta forse di mettere in discussione la propria mortalità, di lanciare una sfida all'ineludibile legge universale secondo la quale tutto muore? Ne deriva una curiosa ambiguità. Non sarà che giocando a questo gioco noi vogliamo farci beffe della morte, aizzarla mostrandole la lingua e lasciarla con un palmo di naso? Non sarà che vogliamo dimostrare l'esistenza di un certo spazio, di una certa zona, di un luogo protetto su cui la morte non ha potere? E cos'altro può essere questo luogo protetto se non una piazza del carnevale? Il carnevale è un modo di rovesciare temporaneamente l'alto in basso e viceversa, di trasformare i signori in servi e i servi in signori, di mettere sullo stesso piano i diritti dei deboli e quelli dei potenti, di trasformare gli invulnerabili in indifesi. Forse, secondo lo stesso principio, giocando a pallone, l'uomo per novanta minuti può sconfiggere la morte? Non è forse per questo che ci sembra di vedere nel gioco del clcio una sfumatura sacrilega? Non è forse vero che i primi calciatori giocavano con le teste tagliate dei nemici sconfitti? Non deriveranno da ciò la leggerezza, la fugacità, quella sorta di schifiltosità con cui i grandi calciatori toccano la palla, quasi che temessero di sporcarsi le scarpe? Con garbo e delicatezza fanno rotolare la testa in modo che tutti possano vedere. Non deriva forse da qui la primordiale furia dei tifosi, il loro feroce trionfo, la volontà, anzi l'esigenza di distruggere e devastare tutto ciò che hanno intorno? Non deriva forse da qui l'avidità con cui migliaia di uomini seguono attenti l'umiliazione del pallone, sollevato con la punta del piede, fatto rimbalzare contro la terra, lanciato in aria?

lunedì 7 giugno 2010

Pensiero d'amore


Quando ti innamori cambi vita. Sei risucchiato. Coinvolto totalmente da un'altra persona. Certo, mantieni il tuo carattere. Ma lo smussi. Levighi le parti più rocciose. Arrotondi gli spigoli più appuntiti. Diventi, in pratica, lo specchio dell'altra persona. Per questo è così difficile innamorarsi. E' un impegno costante. Devi crederci davvero, e non lasciare niente al caso. Bisogna dividere la propria mente ed abituarla a pensare per due. Impari a sezionare ed organizzare la tua giornata in base agli impegni della persona che ami. E capisci che certi atteggiamenti, certi scatti d'ira e di insofferenza non puoi più farli, perchè fai brutta figura, ma la fai in due. Essere innamorati e vivere una storia d'amore è difficile, pauroso, rischioso, emozionante. E bellissimo.

" L'amore è un viaggio, senza inizio e senza fine "

martedì 1 giugno 2010

La torta


Notte. Notte di parole. Di confessioni. Notte fresca. Profumata. Io e lei, in cucina. Lei in piedi, che si affacenda. Io seduto. Che la guardo e la aiuto, per quel che posso. Si parla. A voce bassa, quasi roca. Ci si racconta il passato. Bello e brutto. Stralci di vita in cui si era lontani. Momenti nei quali ci si è quasi sfiorati. Alcune cose mi allargano il cuore. Altre me lo fanno bruciare. Pensieri, immagini. Suoni e odori. Prendono forma, come gocce d'acqua attraverso le sue labbra, che si muovono assorte per spiegarmi bene il suo pensiero. Io, in silenzio, annuisco. E la conforto, quando evoca momenti bui. Mi parla delle sue ferite lontane. E un pò mi intristisco. Credo che non si meriti più di soffrire. E che abbia diritto ad un premio. Un premio dolce, buono e delicato. Un premio vero e tangibile. Un premio come la torta che stiamo preparando. Una crostata di frutta, con la crema. Una torta semplice, ma genuina. Come noi due.